lunedì, 26 marzo 2007
Appena toccato terra si capisce che tutto è diverso.
A partire dal nome dell'areoporto "El Dorado", mentre la bocca lo pronuncia la mente si affolla di strani pensieri, immagini mitologiche, culture lontane ora a portata di mano.

Bogotà è immensa, da qualche parte Carolina ricordava di aver letto che non esiste un punto, nemmeno sulle montagne circostanti, da cui si riesca a vederla tutta.
Quasi dieci milioni di abitanti a litagarsi quel po' di ossigeno a duemilasettecentoquaranta metri di altitudine, "più vicini alle stelle" come recita la propaganda del governo che tappezza le pareti del terminal.

L'emozione è unica.
Caos, lustrascarpe, facchini, tassisti pronti ad accaparrarsi un cliente.
A vendere sogni.

Poi la paura, solo un lampo, lei, lontana e con uno sconosciuto.
Ancora lo stupore.

Andrea non aveva scelto a caso la destinazione.
Conosceva quel paese misterioso, aveva vissuto nella magica Macondo per anni da quando sua sorella le aveva regalato quel libro di Marquez, e da allora aveva giurato che prima o poi avrebbe incontrato il colonnello Buendìa.

Usciti dal terminal il nuovo mondo li aspettava a braccia aperte con tutti i suoi segreti.
Salirono su un taxi, si guardarono negli occhi per un istante come a chiedersi "e adesso?" ma subito Andrea si rivolse al tassista e quasi urlando per superare il volume della radio che proponeva un ritmatissimo merengue disse:
"A la candelaria por favor".
Era il centro storico della città, nella zona est, dove gli esmeralderos contrattavano in strada i prezzi delle verdi pietre preziose, tra le case coloniali di un passato ormai lontano ma che non voleva essere dimenticato, dove la musica usciva da ogni piccolo negozio, dove il Museo dell'Oro ricordava una civiltà antica cancellata per sempre dalla faccia della terra.

scritto da: fabster http://liquefatto.splinder.com/
postato da: rosalamattina alle ore 16:48 | Permalink | commenti (6)
categoria:capitolo due